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	<description>Kigwe Social Economic Development and Training</description>
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		<title>Sostienici a tempo di musica!</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 12:06:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kisedet</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[Regala il bellissimo CD che i bimbi e ragazzi della casa accoglienza Shukurani hanno registrato. Contiene sei bellissime canzoni che trattano il problema dei bimbi di strada; alcuni di questi bimbi sono riusciti a lasciarsi alle spalle questa vita e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Regala il bellissimo CD che i bimbi e ragazzi della casa accoglienza Shukurani hanno registrato. Contiene sei bellissime canzoni che trattano il problema dei bimbi di strada; alcuni di questi bimbi sono riusciti a lasciarsi alle spalle questa vita e grazie all’aiuto che darai acquistando questo CD potranno sperare in un domani migliore.</p>
<p>Tutto il ricavato delle vendite andrà direttamente alla casa accoglienza Shukurani di Dodoma, Tanzania.</p>
<p>Offerta libera a partire da 10 euro.</p>
<p>Per ricevere direttamente a casa tua il Cd contattaci: <a  href="mailto:gruppotanzaniaonlus@libero.it">gruppotanzaniaonlus@libero.it</a> oppure al numero 333 5947876 Annalisa.</p>
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		<title>Nuova casa accoglienza a Chigongwe</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 08:41:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kisedet2</dc:creator>
				<category><![CDATA[progetti]]></category>

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		<description><![CDATA[1- Obiettivo del progetto L’obbiettivo del progetto è quello di realizzare un centro di accoglienza per 60 bambini orfani e/o di strada. 2- Breve introduzione Il KISEDET gestisce sin dal 2001 una casa accoglienza nella città di Dodoma dove sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
<a><img class="aligncenter size-full wp-image-1244" title="026" src="http://www.kisedet.org/site/wp-content/uploads/2011/10/026.jpg" alt="" width="560" height="448" /></a></strong></p>
<p><strong>1- Obiettivo del progetto</strong><br />
L’obbiettivo del progetto è quello di realizzare un centro di accoglienza per 60 bambini orfani e/o di strada.</p>
<p><strong>2- Breve introduzione</strong><br />
Il KISEDET gestisce sin dal 2001 una casa accoglienza nella città di Dodoma dove sono attualmente ospitati 35 bambini/ragazzi di entrambi i sessi. In questi ultimi due anni si è sempre di più accentuata la necessità di ospitare i bambini in una struttura che non sia collocata nel contesto cittadino ed in più con spazi sufficienti per svolgere tutta una serie di attività ricreative ed educative che attualmente è impossibile fare. Un altro motivo che ha indotto la nostra associazione a cercare una nuova struttura di accoglienza è la necessità di dare una risposta al crescente fenomeno dei bambini di strada nella città di Dodoma, che spesso fanno già uso di sostanze assimilabili alle droghe (colle, benzina etc).</p>
<p>Di qui la scelta di trasferire questo nostro centro nel villaggio di Chigongwe, alla periferia della città dove l’amministrazione del villaggio ha donato al KISEDET un’area di circa 25 ettari. Il KISEDET ha donato a sua volta al villaggio 140 lamiere per ricoprire il tetto di un’aula della scuola secondaria che il villaggio sta costruendo, per un valore di euro 1,200.</p>
<p><strong>3- Profilo del KISEDET</strong></p>
<p><strong>4- Proposta di progetto</strong><br />
a. Areee di presenza del KISEDET<br />
b. Fasi del progetto e interventi previsti</p>
<p>La realizzazione del progetto è prevista in almeno 3 fasi legate comunque alla reperibilità dei fondi necessari.</p>
<p><em>Prima fase</em>: Accatastamento e acquisizione del titolo di proprietà del terreno, allacciamento alla rete idrica e costruzione di un serbatoio per l’acqua, costruzione di alloggio per custode e magazzino, pulitura, piantumazione e coltivazione di parte del terreno.</p>
<p>Le attività previste in questa fase costituiscono l’oggetto della presente proposta.</p>
<p><em>Seconda fase</em>: Allacciamento alla rete elettrica presente nel villaggio, costruzione di un ostello per i bambini fino ai dieci anni, costruzione di un ostello maschile e di uno femminile per i bimbi oltre i dieci anni, costruzione edificio adibito a refettorio, cucina, ufficio e stanze per gli operatori, arredamento strutture</p>
<p><em>Terza fase</em>: costruzione di strutture adibite all’allevamento di piccoli animali, un piccolo laboratorio di falegnameria, acquisizione di attrezzatura agricola di base, costruzione di una casa di accoglienza per ospiti, costruzione di strutture ricreative e sportive.</p>
<p><img title="tankChigongwe" src="http://www.kisedet.org/site/wp-content/uploads/2011/10/tankChigongwe-e1320754447685-768x1024.jpg" alt="" width="553" height="738" /></p>
<div><strong><br />
</strong></div>
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		<title>Riflessioni di un pediatra sulla madre africana</title>
		<link>http://www.kisedet.org/site/news/riflessioni-di-un-pediatra-sulla-madre-africana/</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 13:06:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kisedet2</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo devo scrivere Massimo Serventi Gulu, Uganda A chi ha vissuto e lavorato a lungo in Africa succede che la gente e gli eventi quotidiani sorprendono meno che nei primi tempi; a tutto,comprese le ‘stranezze’ che ci circondano, sappiamo dare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo devo scrivere</em></p>
<p>Massimo Serventi</p>
<p>Gulu, Uganda</p>
<p>A chi ha vissuto e lavorato a lungo in Africa succede che la gente e gli eventi quotidiani sorprendono meno che nei primi tempi; a tutto,comprese le ‘stranezze’ che ci circondano, sappiamo dare una spiegazione razionale, di tipo culturale, storico o anche politico.</p>
<p>Da un lato ciò e’un bene perche’impariamo a fare meno errori di valutazione( quelli che  ci fanno pentire negli anni seguenti delle cantonate prese); da un altro lato e’ meno bene , nel senso che col passare degli anni ci abituiamo a tutto e non ‘vediamo o sentiamo’ piu’ quegli aspetti che sono stra-ordinari e cosi’tipici della societa’ africana.</p>
<p>Uno di questi e’ la maternita’, come viene vissuta, espletata, inserita nella cultura locale.</p>
<p>Dopo 26 anni di vita e lavoro in Africa sono <em>quotidianamente</em> affascinato dal comportamento delle madri africane nei confronti dei loro figli.</p>
<p>Il mio lavoro di pediatra comporta che io debba interagire con la mamma del bambino malato. La devo conoscere, devo conoscerne lingua,credenze,ansie,cultura. Solo cosi’ potrei ottenerne fiducia e quindi collaborazione. Ci mettero’ la mia conoscenza della pediatria e scrivero’ in cartella alcune prescrizioni&#8230;ma il resto, il tanto che rimane della cura,della nutrizione,dell’affetto,dell’attenzione sara’ poi a carico della madre. E non e’ poco!</p>
<p>Non sono retorico ma solo obiettivo osservatore: le madri africane, quelle ugandesi di oggi(dove lavoro), quelle tanzaniane di ieri (dove ho lavorato) sono veramente brave, capaci, di buon senso. E soprattutto Madri, con l’infinita pazienza amorevole con cui con-vivono con il figlio malato.</p>
<p>Credo che la naturale dimestichezza con cui trattano i figli provenga alle madri africane dalla scuola di vita (e non dai libri&#8230;.), ossia dai molti anni passati da ragazzette a occuparsi dei fratellini. Sono cresciute in un contesto culturale-famigliare che le voleva un giorno genitrici e madri: quando lo saranno perderanno il loro nome di nascita e si chiameranno con il nome del nuovo-nato, mamma Janet, mamma Charles, mamma Peter.  .</p>
<p>Voglio descrivere alcuni aspetti e momenti della cura e relazione madre-figlio che grazie al mio lavoro conosco meglio.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">L’allattamento</span>. La naturalezza di questo atto cosi’ umano lascia l’ osservatore incantato. Il bimbo succhia anche 50 volte al giorno, quando vuole, per fame, per sentirsi amato, per rasserenarsi. La madre ‘sembra’ avvertire questa esigenza, l’asseconda, ne fa parte completamente , in un binomio stretto. Allatta non per ‘dovere’, non per sfamare tout court ma anche per (suo) piacere, per dare e ricevere amore.</p>
<p>L’allattamento materno preserva il bambino dalle infezioni: pur vivendo in ambiente sporco e malsano riesce a superare i primi 2 anni di vita indenne proprio grazie al latte materno che lo nutre.</p>
<p>Nota1).</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">La manipolazione del bimbo</span>. Anche qui la naturalezza affascina.  Il piccolo ‘sembra’ influenzare la madre a trovare le posizioni che preferisce : gia’ a 3 mesi viene messo sulla schiena, avvolto da pezzi di stoffa e ci (re)sta benissimo. Un marsupio alla buona, ma caldo e cosi’ saggio: dalle spalle di sua madre potrà vedere e vivere il mondo sentendosi protetto, al sicuro.</p>
<p>I prematuri , piccolini di 1 chilo o poco piu’, sono gestiti anch’essi con la cura e buon senso che la loro fragilita’richiede. La madre sa essere incubatrice, sa tenerli al caldo, sa nutrirli spremendosi le mammelle, ricavandone latte che inietta nel sondino naso-gastrico quando il bimbo non succhia bene. Latte di donna, sterile,caldo, vivo : molti bimbi sopravvivono, crescono,sono dimessi quando raggiungono 1500 grammi(!).</p>
<p>La madre (prima dell’infermiera o del pediatra) sa riconoscere  i segnali di pericolo, piccoli cambiamenti nell’appetito o nelle funzioni intestinali che <em>solo se</em> corretti in tempo faranno aumentare le possibilita’ di sopravvivenza.</p>
<p>Spesso i prematuri sono gemelli, magari di 1 chilo di peso ciascuno: la madre riesce a gestirli entrambi, spesso una sorella o la nonna aiutano, nella solita naturalezza di attenzione e cura.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Nutrizione.</span> Bambini malnutriti ancora ci sono. Errori nutrizionali, false credenze sulla scelta dei cibi  ci sono e devono essere corretti. Non mi sento pero’ di scrivere che le madri africane <em>non</em> sanno nutrire i loro figli. Lo sanno fare, ma a volte le condizioni di grave poverta’,la morte di un genitore, un anno di siccita’, malattie ricorrenti di bimbo e madre&#8230;.fanno precipitare uno stato nutrizionale gia’ precario. Di fatto<span style="text-decoration: underline;"> con il poco </span>che hanno le madri africane riescono a far crescere i loro figli, molte ancora allattano fino a 2 anni preservandoli da malattie diarroiche e polmonari. E’ bello assistere all’attivita’ di controllo del peso in un villaggio: le mamme guardano con ansia l’oscillare dell’ago della bilancia, sorridono orgogliose quando sono informate che il bimbo sta crescendo bene. I loro piccoli possono essere vestiti di stracci, possono essere sporchi&#8230;ma i piu’ sono paffuti, vivaci, ben nutriti. Mi piace elogiarle in pubblico del lavoro fatto, del bimbo che cresce bene: se ne vanno sorridenti, orgogliose.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Il bambino malato.</span> Credo che sia lo stesso per tutte le madri del mondo: la dedizione, l’instancabile e infinita dedizione, perseveranza, pazienza che io vedo esercitate nei reparti di pediatria (mi) appaiono incredibili. Un osservatore maschio rimane interdetto e affascinato. Nel nostro reparto di Gulu ci sono in media due mamme per letto, a volte tre, con i rispettivi bambini : è mirabile assistere a come sanno muoversi, allattare, pulire,nutrire i figli in un ambiente di calma, serenita’, senza litigare, anzi aiutandosi a vicenda . Affrontano la malattia del figlio con compostezza : non sono assillanti, chiedono mettendosi in ginocchio,  sanno riferire in tempo i segnali di aggravamento della malattia , eseguono con cura le prescrizioni e indicazioni di medici o infermiere, accettano la morte del figlio con maturita’ e dignita’, pur nel dolore e senso di lacerazione immensi.</p>
<p>Considero un onore e fortuna svolgere il mio lavoro fra le madri africane e tramite esso poter alleviare le loro apprensioni per la malattia del figlio. Il servizio che svolgo gratifica appieno la mia dignita’ di pediatra e di uomo. Sfido chiunque a non commuoversi e inorgoglirsi quando una madre ringrazia e lascia il reparto con il bimbo guarito. Le madri che quotidianamente incontro mi permettono di capire il senso della dedizione, della pazienza, della saggezza. Quando sono stanco e tendo a perdere il sorriso e la cortesia, mi sforzo di ricordarmi dei loro sforzi, della loro pazienza e perseveranza.</p>
<p>L’Africa non morira’ mai. La <em>vita</em> prevarra’ sempre, su malattie, AIDS, malnutrizione. La vita che le donne africane, da sempre e con naturalezza, sanno dare e preservare. Mostrando la fiducia  nel futuro che a noi sembra mancare, ci incoraggiano a continuare nel nostro impegno in favore della guarigione e della vita.</p>
<p>A loro dovrebbe andare il riconoscimento delle nazioni del mondo (e non solo africane), il loro esempio, il loro amore per la vita che nasce e cresce fra le loro braccia andrebbero esaltati, celebrati: si riportano i dati della mortalita’infantile e si dimentica che per un bimbo che muore altri 9 sopravvivono e crescono grazie alle loro madri.</p>
<p>Nota 1 ) A me sembra che i bambini africani di 2-3 anni siano meno capricciosi e irritabili, piu’ fiduciosi dei coetanei europei. Mi piacerebbe leggere di piu’ in proposito, non c’è dubbio però che il primo anno di vita condizioni e tanto quelli successivi.</p>
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		<title>Considerazioni sulla cooperazione</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 13:01:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kisedet2</dc:creator>
				<category><![CDATA[news]]></category>

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		<description><![CDATA[“Si dice che la cooperazione debba avere come fine ultimo un cambiamento da parte dei locali : cambiamento di attitudine, di lavoro,di servizio, di gestione(management). L’invio di espatriati si giustifica per raggiungere questo obiettivo. A questo proposito e’ stata coniata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Si dice che la cooperazione debba avere come fine ultimo un <em>cambiamento</em> da parte dei locali : cambiamento di attitudine, di lavoro,di servizio, di gestione(management). L’invio di espatriati si giustifica per raggiungere questo obiettivo. A questo proposito e’ stata coniata l’espressione ‘capacity building’. E’ inteso quindi un passaggio di conoscenze e abilita’da chi ne ha di piu’ a chi di meno.”</p>
<p>Scrivo per condividere alcune considerazioni che sto maturando da tempo. L’esperienza di lavoro in Sri Lanka con una delle tantissime ONG che ‘volevano’ aiutare nel post-tsunami ha rinforzato un’opinione generale che avevo <em>in pectore</em>.(1) Sono ora convinto che l’approccio delle ONG che fanno cooperazione sia sbagliato. ONG tutte, estere ed italiane, quella per cui lavoro oggi inclusa. Credo che il sistema ‘intervento a progetto’ sia da abbandonare o comunque da rivedere. Credo che i Paesi poveri necessitino di danaro e infrastrutture piu’ che della presenza di espatriati e di ONG.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">L’ideazione e stesura di un progetto</span>.</p>
<p>Non e’ vero ( io in 25 anni non l’ ho mai visto tale) che un progetto venga concepito e scritto <em>con</em> la controparte locale. Affermarlo equivale a dire una bugia.</p>
<p>L’iter di progetto e’ un altro: la  ONG viene a conoscenza che in un determinato settore o area geografica ci sono dei bisogni (anche logici&#8230;nel mare delle necessita’ di un Paese povero), si fa ‘sotto’(spesso e’ gia’ conosciuta dalle autorita’ locali) e promette di interessarsi. Deve cioe’ trovare il finanziatore. Il progetto sara’ ideato e strutturato in Italia (non in Africa) con l’attenzione di adattarlo alle preferenze del  finanziatore (oggi ‘tira’ molto la ‘lotta alla trasmissione HIV’ per la quale c’e’ una massa enorme di danaro a disposizione).Vengono raccolti un po’ di dati in loco, si organizza magari una visita di 2 giorni con colloqui e raccolta di notizie e si e’ pronti al via.   La stesura di progetto impiega notevoli risorse di tempo, danaro e persone che lo sanno fare. Costoro sono ricercati dalle ONG come il pane e si capisce perche’: da <em>come</em> e’ scritto un progetto (in un buon inglese, con le parole ‘di moda’,con la struttura richiesta) dipende la sua accettazione da parte del finanziatore. Ossia dipende la sopravvivenza della ONG.</p>
<p>Quando il progetto sara’ pronto e  felicemente approvato per il finanziamento sara’ presentato alla controparte locale che immancabilmente lo accettera’, in tutte le attivita’ previste. In altre parole la musica e la danza sono decise da chi ha i cordoni della borsa.</p>
<p>Non mi pare che fino a qui ci sia tanta differenza fra una ONG e una ditta che fa una diga e presenta la sua offerta-proposta di intervento.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">I contenuti.</span></p>
<p>Un progetto- tipo ha una vita di 2 o 3 anni. Rinnovabili, ma non sempre. Ce ne sono anche di 6 mesi. Come sia possibile in un tempo cosi’ breve provocare un <em>cambiamento </em>non se lo chiede nessuno. Un progetto-tipo beneficia di un budget che spesso supera quello che ha la controparte per il normale espletamento di un servizio , della salute per esempio, in un determinato distretto (pur sempre non si omette mai di scrivere che il progetto e’e sara’ sostenibile&#8230;.). Questo danaro che pro-viene dall’esterno provoca non poche ripercussioni del tipo aumento del prezzo degli oggetti sul mercato locale(inflazione), appettiti e corruzione fra i leaders, fuga di quadri qualificati dalla struttura pubblica verso la ONG che paga meglio, disaffezione al lavoro di coloro che non hanno la fortuna di essere impiegati dalla ONG, disturbo e confusione recati all’amministrazione locale che deve continuare a con-vivere con il budget di sempre.Questo disagio si acuira’ alla fine del progetto, quando fondi e mezzi improvvisamente non ci saranno piu’ e si dovra’ ritornare alla penuria di sempre. E chi ha lavorato per la ONG non si ri-adatta piu’ a lavorare nel settore pubblico.</p>
<p>Un progetto-tipo viene formulato secondo gli schemi classici : obiettivi,risultati attesi,attivita’ previste,risorse impiegate,monitoraggio e valutazione. Se non reca il quadro logico esso ha poche possibilita’ di successo,ossia di essere finanziato. Sulla carta tutto fila liscio. Nella realta’, dovuto proprio alla vita breve di un progetto, gli obiettivi sono spesso irrangiugibili, i risultati attesi sono quasi sempre non raggiunti, le attivita’ previste  sono scelte e condotte <em>dalla</em> ONG e poco dalla controparte, le risorse impiegate sono sproprorzionate al contesto di poverta’ generale del posto, il monitoraggio e valutazione &#8230;sono semplicemente non eseguiti (vita vissuta, esperienza diretta). Trovo  ben poco ‘logico’ questo <em>modus operandis</em>.</p>
<p>Succede anche che gli espatriati fanno dell’<span style="text-decoration: underline;">esecuzione </span>del progetto in tutte le sue componenti l’obiettivo principale del loro operato, la giustificazione del loro esserci. Non si riflette che altri sono i risultati a cui tendere, ossia lo sviluppo endogeno, il rafforzamento di una migliore gestione locale, l’incoraggiamento a continuare a dare un servizio adeguato alla popolazione. (2).</p>
<p>Progetto dunque che diventa un corpo estraneo, che ha un budget sproporzionato, che ha vita limitata: non stupisce che la controparte locale lo ‘subisce’ e  alla fine di esso tutto ritorna come prima. Per poi lamentare il fatto che ‘via noi tutto si e’ fermato’.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Gli espatriati.</span></p>
<p>Ammesso che servano e/o che servano tutti quelli inviati il loro stipendio ,benefici , condizioni di vita non c’entrano nulla con il ‘lavoriamo <em>con</em> l’Africa’. Non pochi missionari dicono che la dizione giusta dovrebbe essere ‘lavoriamo <em>grazie</em> all’Africa’. La si giri come si vuole, che la vita in Europa costa cara, che si e’ lasciato un lavoro piu’ remunerativo, che ciascuno e’ libero di aiutare l’Africa con il suo stipendio, che al ritorno si avranno  difficolta’ economiche e di lavoro&#8230;.il fatto resta, ossia che stipendi 10-15 volte superiori a quelli degli omologhi locali sono un vero paradosso se poi ci si vanta di essere ‘volontari’ o comunque di condividere la vita e il lavoro con i colleghi locali. C’e’ differenza fra chi lavora per una ONG e chi lo fa per una ditta? non mi pare e di certo tale differenza <em>non</em> e’ percepita dai locali. ONG uguale ditta&#8230;potrebbe suonare provocatorio ma resta solo la dizione di ‘non-profit’ a distinguerle.La concorrenza che si fanno le ONG e’ cosa nota, ci si misura a distanza, sul numero dei progetti approvati in corso e/o sul budget annuale complessivo. Non-profit&#8230;.pur sempre una ONG impiega personale in Italia, trova lavoro all’estero a giovani disoccupati &#8230;.fa profit attraverso continui finaziamenti e donazioni che mantengono tutti al caldo.(3) Ho conoscenza di progetti dove il 60% del budget era per la voce ‘stipendio agli espatriati’, uno di essi ero io. Ci si aggiungano i costi delle assicurazioni, dei viaggi AR, delle missioni di valutazione, delle case in loco, della gestione in Italia e si arriva ad oltre il 75%, soldi che i poveri che si dice di voler aiutare neppure vedono.(4)</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Le alternative.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Fossi un leader</span> africano accetterei solo espatriati pagati dalla (mia) struttura pubblica. Alla pari quindi degli omologhi locali. Li impiegherei laddove ho dei buchi, delle necessita’di copertura di un servizio.(5) Se nessuno verra’ a queste condizioni sapro’ trovare alternative in loco .</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Fossi un leader</span> locale e avessi bisogno di un intervento dall’esterno in una determinata area o settore impiegherei ONG per attivita’, piani di azione, programmi che i <span style="text-decoration: underline;">miei</span> esperti hanno individuato e quindi formulato. Impiegherei una ONG come farei con una ditta che (mi) fa strade. Essa deve agire nel pieno rispetto delle condizioni da me poste, con penali in caso di non aderenza. Darei la priorita’ a <span style="text-decoration: underline;">ONG locali</span>, quelle valide, di provata fiducia.(6) Ho conosciuto alcune di queste ONG locali: il loro impatto e’ di molto piu’ incisivo di quello delle ONG internazionali. Hanno costi di gestione di certo inferiori, conoscono cultura, storia, dinamiche socio-politiche locali, operano nel concreto, senza  sostituirsi allo Stato o fare delle sterili duplicazioni con altre ONG.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Fossi un leader</span> locale cercherei di centralizzare e standardizzare i programmi. Per esempio mi prenderei in carico il programma di lotta all’AIDS.(7) Allo stesso modo come avviene da anni per la lotta contro Tubercolosi&amp;Lebbra o per il programma di vaccinazioni che sono si’ finanziati dall’esterno ma gestiti interamente dalla struttura locale. Sono giudicati programmi ‘verticali’ e ritenuti demode’ : pur sempre hanno dato  risultati piu’ che discreti e hanno promosso autentico autosviluppo.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Fossi un leader</span> africano cercherei di creare delle scuole <span style="text-decoration: underline;">locali</span> per manager di settore. Scuole con docenti locali, che conoscono le molteplici realta’e dinamiche sociali del loro Paese, che sanno essere innovativi e introdurre strumenti di management piu’ adeguati al contesto, senza dover sempre e comunque seguire i dettami della intellighentia internazionale.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Fossi una ONG italiana</span> farei una pausa (lunga) di riflessione .Cercherei di leggere i tempi che sono mutati.(8) Oggi i Paesi poveri hanno formato quadri professionali adeguati a condurre in porto progetti e/o interventi : diventa un  paradosso inviare medici,ingegneri,agronomi espatriati laddove medici,ingegneri,agronomi locali <span style="text-decoration: underline;">emigrano</span> in cerca di salari migliori.</p>
<p>Cercherei di capire che lo sviluppo parte e si autoalimenta <span style="text-decoration: underline;">all’interno</span> delle coscienze locali, passa attraverso la struttura e amministrazione del posto e non attraverso interventi dall’esterno. Capirei che solo in questo modo la sostenibilita’, quella vera, e’ possibile.</p>
<p>Terrei  presente che gli africani hanno ancora nel sangue il ricordo dell periodo coloniale, quando furono <span style="text-decoration: underline;">indotti </span>a perseguire il loro sviluppo. Ci accettano in casa loro in quanto portatori di beni,danaro e mezzi che lasceremo alla nostra partenza. In 25 anni posso dire di aver conosciuto solo 2-3 espatriati che erano richiesti e accettati in quanto portatori di valore e beneficio intrinseci aggiuntivi, uno di essi purtroppo <em>non</em> sono io.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Fossi un ente finanziatore</span> cercherei di.essere veramente dalla parte dei Paesi poveri, con onesta’ intellettuale. Richiederei certo di osservare le regole di buona governance e lotta alla corruzione. Ascolterei pero’ le richieste dei Paesi Poveri di ottenere scambi commerciali (piu’) equi, di promuovere la produzione agricola interna, di adottare insomma piu’ giustizia e meno aiuto. Mi orienterei anche  a sostenere le ONG e i quadri  locali invece di inviare e pagare espatriati e ONG starniere.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Fossi un donatore privato</span> ‘investirei’ i miei soldi nell’istruzione, fatta da maestri africani per bambini africani. L’istruzione e’ alla base di tutto, viene prima ancora della salute. Istruzione significa partecipazione, parita’ di genere, salute, giustizia sociale, liberta’. Una donna istruita avra’ una famiglia piu’ sana, meno numerosa, piu’&#8230;istruita.L’Africa ha un potenziale <span style="text-decoration: underline;">enorme</span> di giovani che vogliono studiare: le loro famiglie si impegnano per aiutarli. Purtroppo le condizioni di poverta’spesso non lo permettono. Ci sono infinite possibilita’ di aiuto nell’istruzione, stranamente poche ONG se ne occupano. Forse non trovano spazi per fare progetti ad hoc&#8230;..</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Conclusione.</span></p>
<p>L’approccio delle ONG e delle Agenzie Internazionali pecca di eurocentrismo.  Cio’ sembrerebbe inevitabile essendo l’uomo portato a considerare inferiore colui che chiede un aiuto.  O che e’ comunque povero. La stesura dei progetti, la scelta delle azioni, il modus operandi delle ONG sono modellati su paradigmi teoricizzati nel/dal mondo ricco.</p>
<p>Fra i teorici ci sono tanti che hanno ‘visto’ l’Africa in sporadiche occasioni o al massimo ci hanno lavorato per pochi mesi e&#8230; long ago ( molti conducono la carriera nelle agenzie ONU di cui e’ pieno il mondo). Nessuno di essi e nessuno degli espatriati di una ONG o Agenzia Internazionale ha <em>mai </em>lavorato in vita sua nelle condizioni di mancanza di mezzi e danaro come e’ invece la norma di un contesto africano. Un distretto, un ospedale, un dispensario sopra-vivono con continue difficolta’ e aggiustamenti, inclusa la disaffezione del personale sottopagato, i furti inevitabili, le mancate forniture dal centro, la corruzione. Sono a parer mio tutte conseguenze della <span style="text-decoration: underline;">poverta’</span> estrema, condizione che come ho scritto <strong>non</strong> appartiene alla vita degli espatriati. In questo contesto resta per me un paradosso la pretesa di fare della ‘capacity building’,  come va di modo oggi di dire e dover fare. E’ un po’ come se un cittadino benestante volesse insegnare ad un montanaro come vivere isolati, utilizzando i prodotti della natura e &#8230;senza supermercato. Oppure come insegnare ad un etiope a correre lunghe distanze.</p>
<p>Introdurre in un contesto di poverta’ soldi e mezzi a iosa come avviene nei progetti significa ingenerare il concetto che la buona gestione e’ possibile solo se ci sono fondi e tanti( piace invece insegnare ai locali che cosi’ <em>non</em> deve essere!).  Peccato che alla fine dei tre anni di progetto questo budget adeguato finira’ e tutto ritornera’ come prima. Anzi peggio.</p>
<p>Dr. Massimo Serventi</p>
<p><strong>Nota 1)</strong> Sri Lanka con Cuba mostra da anni i migliori livelli di salute nel mondo in rapporto al PIL dello Stato, grazie a scelte coraggiose e lungimiranti che il Paese stesso ha fatto, senza l’intervento di ‘esperti’ esterni. I servizi di istruzione e sanita’ sono completamente gratuiti.  Eppure le ONG e Agenzie Internazionali che hanno ‘ invaso’ il Paese nel post tsunami mantengono progetti e interventi ancora oggi, anche nel settore salute. Sara’ cosi’ fino a quando i finanziatori elargiranno fondi. Vero, molte ONG si stanno ora spostando in Sud Sudan dove la massa di danaro sta appunto dirigendosi. L’Afghanistan e’da anni un altro eldorado per le ONG .</p>
<p><strong>Nota 2</strong>) Sarebbero preferibili parole di apprezzamento per i colleghi e i leaders locali alle critiche,reprimenda,accuse che ancora continuo a sentire fra i colleghi espatriati.  Credo che in parte  cio’ sia dovuto a quella che chiamo <em>ansia di progetto</em>, incrementata dalla sede in Italia a sua volta ansiosa di mandare progress reports positivi al finanziatore. In generale facendo attenzione sempre e solo al  (buon) sviluppo del progetto si arriva a  disinteressarsi della gestione locale, e a volte anche la si calpesta  perche’ ritenuta di impedimento al raggiungimento degli obiettivi previsti nel progetto.</p>
<p><strong>Nota 3)</strong> In 25 anni di cooperazione ho mantenuto (bene) la mia famiglia e ho 2 case in Tanzania.Posso ringraziare le ONG che mi hanno assunto e &#8230;l’Africa che e’stata e continua ad essere nel bisogno della mia presenza.</p>
<p><strong>Nota 4)</strong> Si accusano le agenzie internazionali come l’UNICEF di spendere un’ alta percentuale del budget in spese amministrative ma si dovrebbe guardare anche in casa nostra. Come l’UNICEF si e’ capaci di stimolare le donazioni di tanti attraverso brochures che mostrano bimbi malnutriti o persone affette da AIDS.</p>
<p><strong>Nota 5)</strong> La ONG inglese VSO invia studenti laureati di madre lingua a lavorare nelle scuole africane dove sapere l’inglese e’ assai importante. Sono pagati alla pari dei colleghi locali, fanno un servizio di 2 anni, rinnovabili.Non hanno progetti con se’, rispondono a delle esigenze locali. I loro obiettivi sono quelli della scuola( e del Paese) dove lavorano, ossia migliorare la padronanza della lingua inglese. Un altro esempio è KISEDET  un&#8217; ONG locale tanzaniana che sostiene l’istruzione secondaria, l’addestramento tecnico di tanti giovani, tutto in zona rurale. La sccuola professionale che era gestita dal KISEDET e’stata di recente inglobata dallo Stato,sara’sostenuta da fondi statali: segno questo di buona integrazione e sostenibilita’.</p>
<p><strong>Nota 6)</strong> Si indulge nel dire che le ONG locali non sono affidabili. Puo’ essere e lo saranno fintanto che saranno emarginate e tagliate fuori dai canali di finanziamento di cui godono le ONG internazionali. Sono convinto che <span style="text-decoration: underline;">se</span> i leaders di ONG locali percepissero lo stesso stipendio degli espatriati di ONG , essi farebbero un buon lavoro, non ruberebbero e manterrebbero efficente e vitale la loro ONG.</p>
<p><strong>Nota 7)</strong> Sto assistendo al proliferare di ONG  internazionali (e locali) che si dedicano alla lotta contro HIV/AIDS. Ognuno con progetti , modalita’ e filosofie di intervento <em>propri.</em> Mi riferisco a quelle ONG che sono contrarie alla promozione del preservativo , a quelle che prevedono aiuto di cibo ai malati di AIDS, a quelle che addirittura negano l’efficacia dei farmaci antiretrovirali. Operano in casa d’altri ma si sentono legittimate a farlo senza ottemperare alle linee guida della Nazione che li ospita. Linee guida che <span style="text-decoration: underline;">ci sono</span>, chiare, ben formulate.<strong></strong></p>
<p><strong>Nota 8 ) </strong>Credo che noi bianchi portiamo nei nostri recessi mentali la convinzione di essere più competenti, efficienti, preparati dei colleghi locali. Ci deriva da anni di colonialismo dei nostri padri e dal fatto di essere enormemente piu’ ricchi. I tempi sono cambiati, sempre piu’ personale qualificato locale chiede di lavorare e saprebbe farlo bene.  Chi e’ abituato da sempre a con-vivere nella penuria di mezzi e di vita ha anche maturato capacita’ aggiuntive e certamente avrebbe da insegnare <span style="text-decoration: underline;">a noi</span> come ‘nuotare in acque difficili’.</p>
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		<title>l&#8217;esperienza di Giovanni (luglio &#8217;11)</title>
		<link>http://www.kisedet.org/site/turismo/lesperienza-di-giovanni/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 07:16:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kisedet2</dc:creator>
				<category><![CDATA[turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[L’arrivo nella notte scura di Dar e l’impatto quasi fisico col caldo umido, la lentezza delle procedure in dogana, con tanto di impronte digitali rilevate e l’ancora più lenta riconsegna del bagaglio sull’unico nastro rotante dell’aeroporto hanno immediatamente suscitato in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’arrivo nella notte scura di Dar e l’impatto quasi fisico col caldo umido, la lentezza delle procedure in dogana, con tanto di impronte digitali rilevate e l’ancora più lenta riconsegna del bagaglio sull’unico nastro rotante dell’aeroporto hanno immediatamente suscitato in me le immagini e l’atmosfera di “CUORE DI TENEBRA”, il romanzo di Joseph Conrad che preferisco e che narra del viaggio a ritroso lungo il fiume Congo, nel cuore dell’ Africa colonizzata e devastata dalla brama di ricchezza dell’occidente di inizio XX secolo. Un viaggio, quello, che simbolicamente è anche un viaggio dentro la coscienza e l’istinto indomabile e inafferrabile che è dentro ciascuno di noi e che porta il protagonista, KURTZ ad impazzire e ad attraversare tutto l’orrore di una situazione oltre ogni possibile immaginazione. Marlow, il narratore incaricato di andarlo a recuperare visto il precario stato di salute, compie quel viaggio e ne esce, ovviamente, un uomo nuovo, più maturo e disincantato.</p>
<p>Aggiungete anche il viaggio in taxi su strade non illuminate fino al CEFA Hostel di Mikocheni B (un nome piuttosto sinistro, converrete…) e piene di guizzi e flash di fanali che catturavano ombre e fantasmi a piedi, in bicicletta e il quadro sembrava completo…</p>
<p>Novello Marlow mi accingevo all’incontro con la pazzia di Kurtz = NINO e GIOVANNA: solo due pazzi avrebbero potuto pensare di vivere così lontano e dare vita, letteralmente parlando, a quello che è oggi il KISEDET: una famiglia composta da tanti bambini, tante persone che, nell’ambito di ruoli ben precisi, portano avanti un progetto “folle” per i nostri parametri di vita occidentale e “razionale”. Dare speranza, aiuto concreto ed anche umano, a chi ne ha più bisogno, senza indulgere in falsi pietismi o sentimentalismi buonisti assolutamente inutili e mistificatori. Ma tutto questo l’ho toccato con mano, macinando i kilometri dell’area di Dodoma, camminando nei villaggi, stringendo mani e accarezzando testoline, entrando nelle aule dove occhioni timidi e un po’ impauriti da un tizio vagamente obeso, vestito come un carnevale e dalla voce così lontana dalle loro, osservavano e sorridevano alla vita che, da quelle parti, in effetti, non è così facile.</p>
<p>Bisognerebbe vedere, ad esempio, la scuola secondaria di IPALA, in mezzo al nulla, dove operano insegnanti che hanno una dignità ed una passione per il loro lavoro che a me, che sono insegnante, ha fatto venire la pelle d’oca…dico IPALA perché è quella dove studiano i due ragazzi che sostengo io e dai quali ho ricevuto tanto, addirittura un pollo vivo in segno di riconoscimento per il mio impegno verso di loro…un pollo vivo, per una famiglia di una decina di persone che vivono in una casa di mattoni, tetto in lamiera o paglia, senza luce o acqua corrente nel vicino villaggio di CHAHWA, un pollo vivo…capite? si sono tolti un bene preziosissimo da quelle parti solo per dirmi GRAZIE…è come se io per ringraziare un benefattore gli regalassi la mia automobile…sono io che dico GRAZIE a loro, anche se magari non potranno leggere queste parole, ma son sicuro che la follia di GIO e NINO arriverà a farglielo sapere, nella loro lingua così ritmata, così sonora, così piena di calore: il Kishwahili. Dovreste sentire Gio e Nino come la parlano, come se fosse la loro lingua madre. È questo che dà il segno di quanto profondo sia il loro amore per quella terra, quelle persone e quello che fanno.</p>
<p>Dovrei citare anche il baboo, le donne che cucinano e accudiscono i bimbi e la maestra dello SHUKURANI, il grande, in tutti i sensi, FULGENCE, instancabile e pazientissimo accompagnatore del sottoscritto, nonché JULIUS, infaticabile autista, oppure il maestro d’arte di cui ora mi sfugge il nome e che ha organizzato coi bambini uno spettacolo a dir poco esaltante di danza, canti, balli, recitazione senza sosta, senza pause per due ore filate…e che ha anche permesso di incidere un CD di 6 canzoni di quei bimbi che vale la pena di sentire e gustare per capire che cosa, nel cuore dell’AFRICA, si sia potuto realizzare con impegno, passione, dedizione e sostegno da parte di tutti quelli che hanno creduto e credono in quest’opera grande. NINO dice che è una goccia nel mare, ma sa anche lui quanto è grande questa goccia.</p>
<p>E quindi torno alla mia vita “normale” non con la tenebra nel cuore, ma con la luce e con la gioia di tanti sorrisi e di tanti “CIAO” che i bimbetti dello SHUKURANI mi dicevano ogni volta che mi vedevano.</p>
<p>Scrivo e sulla tastiera sento ancora il contatto delle loro minuscole dita nelle mie mani…e scorrono nella mia mente, come tanti fotogrammi, le immagini e i visi anche di coloro che ho incontrato a KIGWE, a VEYULA, altro grande polo scolastico professionale o anche lungo le polverose e interminabili strade tanzaniane—anche a loro il mio grazie e le mie parole conclusive che, contrariamente al romanzo di Conrad, non sono “l’orrore, l’orrore” ma “la luce, la luce”.</p>
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		<title>BOMBONIERE SOLIDALI</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 09:28:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kisedet2</dc:creator>
				<category><![CDATA[sostienici]]></category>

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		<description><![CDATA[Date un tocco di originalità e solidarietà al vostro giorno più bello: regalate simbolicamente le bomboniere solidali ai bambini della casa accoglienza Shukurani  gestita dal KISEDET spiegando ai vostri invitati il motivo di questo bel gesto con un bigliettino allegato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>Date un tocco di originalità e solidarietà al vostro giorno più bello: regalate simbolicamente le bomboniere solidali ai bambini della casa accoglienza Shukurani  gestita dal KISEDET spiegando ai vostri invitati il motivo di questo bel gesto con un bigliettino allegato nei confetti oppure acquistando oggetti direttamente dal magazzino del GRUPPO TANZANIA ONLUS  Tel: 333 5946876 (Annalisa) e-mail:<span style="color: #0000ff;"> gruppotanzaniaonlus@libero.it</span></div>
<div></div>
<div>Ecco cosa potreste allegare ai confetti:</div>
<div>&#8221; PERCHE&#8217; IL RICORDO DEL NOSTRO MATRIMONIO NON SI RIDUCA  AD UN OGGETTO, ABBIAMO PENSATO DI DESTINARE IL DENARO IN MODO DIVERSO,  AIUTANDO L&#8217;ASSOCIAZIONE KISEDET NEL SUO PROGETTO DI RECUPERO DEI  &#8216;BAMBINI DI STRADA&#8217;&#8230;.SPERIAMO CHE NE SARETE CONTENTI ANCHE VOI!&#8221;VI INVITIAMO A CONOSCERE QUEST&#8217;ASSOCIAZIONE VISITANDO IL SITO <span style="color: #0000ff;">www.kisedet.org</span></div>
<p>Il KISEDET e il GRUPPO TANZANIA ONLUS colgono l&#8217;occasione per ringraziare tutte le coppie che fino ad oggi hanno rinunciato alle bomboniere classiche destinando il corrispettivo in denaro per sostenere uno dei progetti dell&#8217;associazione KISEDET.</p>
<p>Ahsanteni sana!!!  Grazie mille in lingua Kiswahili</p>
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		<title>Esperienza di Roberta</title>
		<link>http://www.kisedet.org/site/turismo/esperienza-roby-ora-vicepresidente-gruppo-tanzania-onlus/</link>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 06:52:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kisedet2</dc:creator>
				<category><![CDATA[turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Esperienza di Robera, ora vicepresidente Gruppo Tanzania Onlus Mi ci sono voluti più di due anni prima di scrivere questa esperienza. Non perché non mi abbia colpita, anzi. Mi ha colpita talmente tanto che al rientro ho voluto a tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Esperienza di Robera, ora vicepresidente Gruppo Tanzania Onlus</strong></p>
<p>Mi ci sono voluti più di due anni prima di scrivere questa esperienza. Non perché non mi abbia colpita, anzi. Mi ha colpita talmente tanto che al rientro ho voluto a tutti i costi fare qualcosa per il Kisedet, tanto da porre la “mia” esperienza in terzo piano, perché per me è più importante la “loro”.</p>
<p>Il mio incontro con il Kisedet è avvenuto decisamente per caso. Avevo un contratto di lavoro in scadenza, con un buco di poco più di un mese tra il vecchio contratto e quello nuovo. Un mese a casa senza lavoro mi è parsa un&#8217;occasione irripetibile per poter realizzare il mio desiderio coltivato per anni di andare a vedere dal vivo un orfanotrofio in Africa e di offrire un po&#8217; del mio tempo disponibile. Così ho iniziato a mandare mail alle Associazioni di volontariato. Tutte mi hanno risposto dicendo che prima di partire bisognava fare un lungo corso di formazione ecc ecc, eccetto una che ha detto, ok, in questo momento ci serve proprio qualcuno che possa affiancare il ragioniere del Kisedet Fulgence, visto il tuo curriculum potresti dargli una mano! Senza nemmeno fare troppe domande, mi sono fiondata a fare tutti i vaccini previsti e a prendere il biglietto aereo. Arrivata a Dar, Giovanna mi aveva organizzato tutti gli spostamenti, quindi sono giunta a Dodoma senza problemi. Mi ha accolto nella sua casa come un figlia (anche se sono più “vecchia” di lei!), e mi ha portata per mano a vedere la realtà africana.</p>
<p>Le differenze sono abissali, con una sproporzione di ricchezza rispetto ai nostri standard, che non immaginavo nemmeno nelle peggiori delle mie ipotesi. Ma ho trovato anche sorprese positive: i bambini, che pensavo tristi ed infelici, sono invece allegri e giocosi. Eppure non hanno niente, davvero niente.</p>
<p>Nel Kisedet ho trovato tante persone volonterose che cercano di fare l&#8217;impossibile con i mezzi a disposizione. Giovanna e Nino sono una coppia formidabile, che si adopera per gli altri con la severità di chi spera che un giorno l’Africa possa camminare da sola. Puntano sull&#8217;istruzione, sul dare le armi di un mestiere, doni a mio avviso molto più importanti di un semplice sostentamento, che comunque forniscono.</p>
<p>Dal punto di vista turistico, i colori dell’Africa, la terra rossa della savana, i baobab imponenti, il mare di Bangoyo (Martina, che bella giornata abbiamo passato assieme!), lasciano certamente il segno. Ma non profondo tanto quanto i sorrisi dei bambini, la loro gioia davanti ad una semplice caramella, la loro compostezza lontana anni luce da qualche bimbo nostrano troppo viziato. Non ho potuto vedere questi bambini economicamente sfortunati senza paragonarli ai bambini europei, pieni di giocattoli, vestiti alla moda, ma non necessariamente più felici degli africani. Non ho potuto fare a meno di paragonare i loro letti a castello, privi di qualsiasi accessorio, con le camerette luccicanti; le case senza arredamento dei villaggi, con i nostri mobili di design. Non posso tutt’ora comprendere perché ogni genitore non privi i propri figli di qualche piccola somma, per destinarla all’istruzione dei figli dell’Africa.</p>
<p>Mi ha colpita la giornata mondiale dell’AIDS, malattia qui fortunatamente contenuta, che lì continua a mietere vittime. E scorrendo le schede dei bambini sostenuti dal Kisedet ci si rende conto di quanto incida.</p>
<p>Mi ha colpita la diversità del concetto di famiglia, del rapporto genitori &#8211; figli, l’assenza totale della pianificazione delle nascite e la lotta impari che Giovanna porta avanti in questa direzione.</p>
<p>Mi hanno colpito alcune strutture di accoglienza, castelli dorati che rischiano di creare traumi ai ragazzi che, una volta cresciuti, si vedranno costretti a lasciarne le mura.</p>
<p>In Africa c’è tanto da fare, ma ho capito che oltre ai soldi serve sapere come e dove spenderli. Per usarli in modo utile serve la conoscenza del territorio e della popolazione, cosa che il Kisedet possiede essendo un’associazione Tanzaniana composta da gente locale, ed eccezione solo di Giovanna e Nino che però sono perfettamente integrati nella cultura e sanno perfettamente cosa serve e cosa no per il bene della popolazione.</p>
<p>Avendo fortemente apprezzato la gestione dell&#8217;Associazione, una volta tornata in Italia mi è parso logico continuare ad offrire un po&#8217; del mio tempo libero, e quindi ora collaboro col Gruppo Tanzania Onlus. Principalmente mi occupo dell&#8217;archivio, curo gli abbinamenti fra sostenitori e bambini/ragazzi del Kisedet, verifico la copertura dei versamenti previsti, cerco nuovi sostenitori ecc… Il mio lavoro “vero” mi occupa 8 ore al giorno, ma qualche ritaglio di tempo per il Gruppo Tanzania Onlus riesco sempre a trovarlo, perché credo in quel che fanno Giovanna e Nino assieme al Kisedet. E quel che riescono a fare si basa sul fondamentale appoggio economico di tutti i sostenitori e donatori, che approfitto per ringraziare e salutare calorosamente!</p>
<p>E infine un caro saluto a Giovanna, Nino, Alice, Valeria, Grace, Lucy, Fulgence, Paolina e a tutti i bambini e ragazzi dell’orfanotrofio, in particolare a Ester, Beritha ed alla “mia” Shukurani!</p>
<p>Roberta (rbartoloni@hotmail.com)</p>
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		<title>Mail Roberto (maggio &#8217;11)</title>
		<link>http://www.kisedet.org/site/turismo/mail-roberto-maggio-11-2/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 07:46:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>kisedet2</dc:creator>
				<category><![CDATA[turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Buongiorno Giovanna e Nino, con un pò di vergogna, considerato che mi sono fatto sentire veramente pochissimo, credo sia giusto prendermi 5 minuti per scrivervi dato che Vero mi ha girato la mail che le avete inviato per il problema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buongiorno Giovanna e Nino,<br />
con un pò di vergogna, considerato che mi sono fatto sentire veramente pochissimo, credo sia giusto prendermi 5 minuti per scrivervi dato che Vero mi ha girato la mail che le avete inviato per il problema di Marius&#8230;<br />
Immagino che la nostra visita nell&#8217;ormai lontano luglio 2009 non sia stato giustamente per voi &#8220;l&#8217;evento da non dimenticare&#8221;, ma voglio dirvi con tutta la più sincera verità che quel viaggio noi quattro ci ha segnato molto&#8230;in positivo ovviamente! Sarà stato perchè è stato lungamente voluto, organizzato e autogestito, ma quando ci vediamo con Mattia e Alessia capita spesso che se ne riparli&#8230;<br />
La cosa che più spesso ricordo e che mi da ancora i brividi è pensare al silenzio e al cielo stellato di Kigwe&#8230;c&#8217;erano stelle ovunque, così tante che da noi sembra impossibile che possano esserci&#8230;a Kigwe ho avuto, penso per la prima volta nella mia vita, la sensazione di essere veramente in un posto che non ha niente a che vedere con il resto del mondo da me visitato&#8230;di essere lontanissimo da casa più per come mi emozionata rispetto che per la distanza reale!<br />
Spesso adesso quando dobbiamo prendere decisioni su acquisti/azioni più o meno superficiali, penso spesso a quello che ho visto in quel viaggio&#8230;ma non è la sensazione classica che prova un occidentale quando va in paesi molto più degradati, non l&#8217;ho scoperto in quel viaggio che esistono posti dove è difficile sopravvivere fino alla sera stessa, piuttosto mi è servito a maturare nelle decisioni che prendo nel quotidiano&#8230;<br />
Ammiro molto la forza che avete avuto nel fare una scelta di vita come la vostra, ne parlo spesso con Vero e ci fa un pò sorridere ed un pò vergognare il fatto che nel decidere dove comprare casa ci facciamo problemi per 4/5 km di distanza dal nostro luogo di nascita! Ma del resto le persone non sono tutte uguali&#8230;siamo contenti di come siamo, ma ogni tanto vorremmo avere la capacità di rivoluzionare le nostre vite per dare peso alle cose veramente importanti&#8230;<br />
Non so se ti è già arrivata voce da qualcuno di noi, tutti e quattro assieme abbiamo deciso di comprare una vecchia casa in un paesino nella periferia di Trento e di ristrutturarci due appartamenti: uno per Alessia e Mattia ed uno per Vero ed il sottoscritto&#8230;ci siamo buttati anima e corpo in questa operazione perchè crediamo nel nostro rapporto di amicizia e speriamo di riuscire a costruire una bella casa dove crescere tutti assieme!&#8230;anche se questo aimè significa rinunciare a qualche bel viaggio per i prossimi anni&#8230;<br />
Non sono una persona che ama tornare in posti dove è già stato perchè so che il mondo è talmente grande e vario che vale sempre la pena vedere un posto nuovo, ma a questo aggiungo che da voi, prima o poi, vogliamo tutti e quattro tornare per rivedere gli occhi dei vostri piccoli ospiti e&#8230;il cielo stellato di Kigwe&#8230;</p>
<p>Un abbraccio a tutti, a presto.<br />
Roberto</p>
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		<title>Giulio febbraio 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 10:02:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#8220;Raccontare in poche righe l&#8217;esperienze vissute in una settimana a Dodoma è cosa davvero difficile. Come infatti imparerà chiunque decida di intraprendere un viaggio in Africa, il tempo sembra dilatarsi: le giornate scorrono via lente, lentissime, scandite da un ininterrotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Raccontare in poche righe l&#8217;esperienze vissute in una settimana a Dodoma è cosa davvero difficile.</p>
<p>Come infatti imparerà chiunque decida di intraprendere un viaggio in Africa, il tempo sembra dilatarsi: le giornate scorrono via lente, lentissime, scandite da un ininterrotto susseguirsi di nuove esperienze a cui i tuoi occhi di viaggiatore non sono abituati. Ad ogni passo scopri qualche cosa di completamente nuova, un paesaggio, una strada, un anziano contadino preoccupato per la siccità con cui ti fermi a fare due chiacchiere, la risata contagiosa di Moshi, Tony, Safari e tanti altri bambini mentre insegnano a contarti fino a dieci in swahili, mangiare l&#8217;&#8221;ugali&#8221; ospite di una famiglia tanzaniana, il panorama della savana di cui non intravedi la fine, la primordiale bellezza dei parchi e degli animali che li popolano, i tramonti, il caos e i colori dei mercati, il sentirti così diverso e allo stesso così ben accetto in un Paese così profondamente dal tuo. Persino un semplice spostamento sui mini-bus (i &#8220;dalla-dalla&#8221;) in Africa diventa un&#8217;esperienza unica e irripetibile. Ogni giorno giornata trascorsa in Africa mi ha regalato emozioni e sensazioni davvero uniche, mai provate.</p>
<p>La mia piccola grande fortuna è stata quella di conoscere Giovanna, grazie ad un amico comune che era stato in Tanzania qualche anno prima. Grazie a lei ho potuto addentrarmi nella realtà tanzaniana molto più rapidamente ed intensamente di quanto non avrei potuto fare viaggiando da solo senza alcun contatto locale. Nella settimana in cui mi son fermato a Dodoma ho infatti potuto, approfittando della sua straordinaria disponibilità, visitare villaggi (Kigwe, Mkoka), conoscere molte persone del posto, imparare in fretta usi e costumi tanzaniani e, soprattutto, vivere intensamente la realtà del progetto KISEDET. La gran parte delle mie mattinate trascorreva infatti nell&#8217;orfanotrofio di Dodoma. Là ho potuto conoscere dalle parole di chi vive e lavora quotidianamente in quella struttura le difficoltà, le ambizioni e i risultati, rimanendo colpito dallo loro straordinaria umanità che ogni giorno garantisce a bambini orfani o provenienti da famiglie disagiate un presente e un futuro più radioso. Ho scoperto con i miei occhi quanto e come siano importante gli aiuti che Giovanna e Nino ricevono dall&#8217;Italia. Ho potuto giocare ogni mattina con bambini ai quali, la sola mia presenza, bastava a renderli incredibilmente felici (e i loro sorrisi sono una cosa che ti entra dentro&#8230;). Ma ho anche potuto vedere il grande lavoro dell&#8217;associazione nel centro di Kigwe: cercare di assicurare ai bambini la necessaria educazione scolastica, provvedere alla loro formazione professionale, ma anche garantire un adeguato nutrimento per tutti ogni giorno. Per questo, come dicevo prima, in Africa ti colpisce anche una semplice chiacchierata sul clima: la pioggia che tardava ad arrivare con i raccolti che andavano bruciati era, nella grande pianura di Dodoma, una preoccupazione che coinvolgeva tutti e che finivi per fare tua, augurandoti che presto venisse a piovere.</p>
<p>La Tanzania è un Paese che al viaggiatore lascia tantissimo. L&#8217;apertura della gente, i loro sorrisi, il loro entusiasmo nel vederti, nel poterti parlare, aiutare, anche dandoti una semplice indicazione, e la loro straordinaria accoglienza, sono cose che mi hanno colpito davvero molto. La povertà e la dignità, le difficoltà e i sorrisi, la semplicità e l&#8217;accoglienza, ma anche i villaggi coi suoi panorami, e  i suoi profumi, i suoi colori, sono immagini e ricordi su cui al ritorno, immersi nella vostra vita di tutti i giorni, vi ritroverete spesso a pensare abbandonandovi ad un nostalgico sorriso.</p>
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		<title>Intervento chirurgico rinviato per Tatu Sabaya</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 09:52:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Carissimi amici e sostenitori, come ricorderete, nella lettera di Natale 2010 abbiamo lanciato un appello per la raccolta di euro 3,000.oo per poter sottoporre ad un intervento chirurgico all&#8217; anca una ragazzina di 13 anni Tatu Sabaya. Il mese scorso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carissimi amici e sostenitori,</p>
<p>come ricorderete, nella lettera di Natale 2010 abbiamo lanciato un appello per la raccolta di euro 3,000.oo per poter sottoporre ad un intervento chirurgico all&#8217; anca una ragazzina di 13 anni Tatu Sabaya. Il mese scorso Tatu si è recata a Dar es salaam presso l&#8217;ospedale CCBRT e i medici hanno detto che per ora non la sottoporranno ad alcun intervento chirurgico (a differenza di quello che ci dissero all&#8217;inizio) perchè sarebbe inutile visto che Tatu sta ancora crescendo, quindi inserire una protesi  ora vorrebbe dire dover rifare l&#8217;intervento dopo un anno. Per ora le hanno dato delle scarpe ortopediche per aiutarla a camminare correttamente. A fine anno dovrà tornare a Dar per sottoporsi ad un controllo di routine, e quando decideranno che sarà giunto il momento la sottoporranno all&#8217;intervento chirurgico di cui necessita.</p>
<p>Vogliamo ringraziare di vero cuore tutte le persone che hanno risposto al nostro appello contribuendo per l&#8217;intervento chirurgico a Tatu Sabaya. Anche se per ora non si farà, la cifra è stata raggiunta quindi quando verrà il momento saremo pronti ad aiutare Tatu. Ahsanteni sana!! (grazie mille in lingua Kiswahili).</p>
<p><!--[if IE]><iframe frameborder="0" allowTransparency="true" class="addtoany_special_service facebook_like" src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.kisedet.org%2Fsite%2Fnews%2Fintervento-chirurgico-rinviato-per-tatu-sabaya%2F&amp;layout=button_count&amp;show_faces=false&amp;width=75&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=20&amp;ref=addtoany" scrolling="no" style="border:none;overflow:hidden;width:90px;height:21px"></iframe><![endif]--><!--[if !IE]><!--><iframe class="addtoany_special_service facebook_like" src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.kisedet.org%2Fsite%2Fnews%2Fintervento-chirurgico-rinviato-per-tatu-sabaya%2F&amp;layout=button_count&amp;show_faces=false&amp;width=75&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=20&amp;ref=addtoany" scrolling="no" style="border:none;overflow:hidden;width:90px;height:21px"></iframe><!--<![endif]--><!--[if IE]><iframe frameborder="0" allowTransparency="true" class="addtoany_special_service twitter_tweet" src="http://platform.twitter.com/widgets/tweet_button.html?url=http%3A%2F%2Fwww.kisedet.org%2Fsite%2Fnews%2Fintervento-chirurgico-rinviato-per-tatu-sabaya%2F&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.kisedet.org%2Fsite%2Fnews%2Fintervento-chirurgico-rinviato-per-tatu-sabaya%2F&amp;count=none&amp;text=Intervento%20chirurgico%20rinviato%20per%20Tatu%20Sabaya" scrolling="no" style="border:none;overflow:hidden;width:55px;height:20px"></iframe><![endif]--><!--[if !IE]><!--><iframe class="addtoany_special_service twitter_tweet" src="http://platform.twitter.com/widgets/tweet_button.html?url=http%3A%2F%2Fwww.kisedet.org%2Fsite%2Fnews%2Fintervento-chirurgico-rinviato-per-tatu-sabaya%2F&amp;counturl=http%3A%2F%2Fwww.kisedet.org%2Fsite%2Fnews%2Fintervento-chirurgico-rinviato-per-tatu-sabaya%2F&amp;count=none&amp;text=Intervento%20chirurgico%20rinviato%20per%20Tatu%20Sabaya" scrolling="no" style="border:none;overflow:hidden;width:55px;height:20px"></iframe><!--<![endif]--><!--[if IE]><iframe frameborder="0" allowTransparency="true" class="addtoany_special_service google_plusone" src="https://plusone.google.com/u/0/_/%2B1/fastbutton?url=http%3A%2F%2Fwww.kisedet.org%2Fsite%2Fnews%2Fintervento-chirurgico-rinviato-per-tatu-sabaya%2F&amp;size=medium&amp;count=false" scrolling="no" style="border:none;overflow:hidden;width:32px;height:20px"></iframe><![endif]--><!--[if !IE]><!--><iframe class="addtoany_special_service google_plusone" src="https://plusone.google.com/u/0/_/%2B1/fastbutton?url=http%3A%2F%2Fwww.kisedet.org%2Fsite%2Fnews%2Fintervento-chirurgico-rinviato-per-tatu-sabaya%2F&amp;size=medium&amp;count=false" scrolling="no" style="border:none;overflow:hidden;width:32px;height:20px"></iframe><!--<![endif]--><a  class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.kisedet.org%2Fsite%2Fnews%2Fintervento-chirurgico-rinviato-per-tatu-sabaya%2F&#038;title=Intervento%20chirurgico%20rinviato%20per%20Tatu%20Sabaya" id="wpa2a_40"><img src="http://www.kisedet.org/site/wp-content/plugins/add-to-any/favicon.png" width="16" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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