BURKINA FASO DICE STOP ALLE ZANZARE GENETICAMENTE MODIFICATE DI BILL GATES

Esperimenti genetici senza vero consenso

In Burkina Faso si è aperto un acceso dibattito dopo la scoperta che il progetto Target Malaria, sostenuto dalla Bill & Melinda Gates Foundation, aveva iniziato a rilasciare zanzare geneticamente modificate senza che le comunità locali fossero pienamente informate. Il programma, avviato nel 2012, mirava a ridurre la popolazione di zanzare femmine portatrici del parassita. Tuttavia, molte associazioni civiche hanno denunciato la mancanza di un reale consenso: nei villaggi coinvolti gli abitanti affermano di non essere stati consultati prima delle sperimentazioni. Si tratta dell’ennesimo caso in cui la ricerca finanziata da grandi fondazioni occidentali si muove in Africa come se il territorio e le persone fossero un laboratorio aperto, senza una vera condivisione delle decisioni e dei rischi.

La reazione del governo del Burkina Faso

Ad agosto 2025 il governo a guida militare del Burkina Faso ha deciso di porre fine al progetto. Il Ministero dell’Istruzione Superiore, della Ricerca e dell’Innovazione ha annunciato la sospensione di ogni attività, la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni di zanzare geneticamente modificate presenti nel Paese.
La motivazione ufficiale parla di “biosicurezza” e “tutela della sovranità nazionale”, ma il
messaggio politico è chiaro: basta con esperimenti imposti dall’esterno.
Il presidente Ibrahim
Traoré ha voluto rivendicare il diritto di decidere autonomamente su ciò che avviene nei propri
territori, soprattutto quando si tratta di biotecnologie che possono avere effetti irreversibili sugli
ecosistemi.

Per la prima volta un governo africano ha avuto il coraggio di fermare un progetto sostenuto da
una delle fondazioni più potenti del mondo.

Farmaci, resistenze e l’Africa che prende in mano la propria salute

Il caso del Burkina Faso mette in luce un problema più ampio: mentre le grandi aziende occidentali continuano a sviluppare farmaci sempre più potenti, spesso contribuendo all’aumento di resistenze, in Africa esistono già realtà capaci di produrre medicinali all’avanguardia e più sostenibili. 

In Kenya la Universal Corporation Ltd. è stata la prima azienda del continente a ottenere la
certificazione OMS per un antimalarico. In Nigeria la Swipha produce un farmaco essenziale per proteggere le donne incinte dalla malaria. Questi esempi confermano che è possibile sviluppare soluzioni autonome ed efficaci.

In questo contesto, l’episodio del Burkina Faso è un simbolo: non solo un “no” a un esperimento rischioso, ma un “sì” alla dignità scientifica e alla sovranità politica del continente africano, capace di curarsi con le proprie risorse, costruendo modelli locali e rispettosi delle comunità, senza dipendere da modelli esterni, che spesso creano più problemi che soluzioni.

L’Africa e gli stereotipi occidentali

Durante la pandemia di Covid-19, nel 2020, molti analisti e opinionisti occidentali avevano previsto un’ecatombe nel continente africano. Le previsioni si sono però rivelate infondate: i sistemi sanitari del continente, abituati a fronteggiare epidemie come Ebola e febbre dengue, hanno reagito con rapidità ed efficienza, sorprendendo il mondo occidentale. Questa sottovalutazione rivela uno sguardo ancora paternalista, che continua a considerare il continente africano come  debole e bisognoso di aiuto, mentre il modello occidentale viene visto come l’unico giusto, superiore e da accettare senza discussioni. Al contrario, la gestione del Covid ha messo in luce la competenza e la resilienza dei sistemi sanitari africani. È lo stesso spirito che oggi anima la decisione del Burkina Faso: dire “no” a modelli e sperimentazioni imposti dall’esterno, spesso mascherati da cooperazione, ma che mettono a rischio le popolazioni locali e il loro diritto di autodeterminarsi.

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